Lunedì 8 Giugno nell’ambito della serie di incontri online #RipartiAmoAmbiente organizzati dai componenti del Movimento 5 Stelle della Commissione Ambiente, abbiamo dedicato spazio al tema delle infrastrutture idriche e dell’accesso all’acqua in tempi di siccità e cambiamento climatico. Abbiamo ascoltato i contributi di Giordano Colarullo, Direttore Generale Utilitalia, Massimo Gargano del Comitato esecutivo ANBI, Agostino Santillo, senatore del Movimento 5 Stelle in Commissione Lavori pubblici e comunicazione e Ornella Segnalini, già direttore generale della direzione dighe e infrastrutture idriche nel Ministero delle Infrastrutture. L’incontro è stato moderato da Emanuele Bompan, direttore di Materia Rinnovabile.

Di seguito una sintesi degli interventi dei relatori.

Giordano Colarullo. “Il titolo degli incontri è “ripartiamo” anche se il sistema idrico non si è mai fermato pur facendo i conti con un contesto difficile e questo è stato possibile grazie ai lavoratori. Perdiamo ancora troppa acqua perché combattiamo con una infrastruttura che è vero che si sta rinnovando ma c’è ancora strada da fare. La situazione in Italia è questa, si parte da un lascito storico di arretratezza. Il complesso del centro Nord ha visto numerosi investimenti di recupero e abbattimento delle perdite, mentre più a macchia di leopardo nel Sud Italia. Questo lascito da superare si è fatto ancor più complesso negli ultimi anni a causa di un forte stato di siccità e anche quest’anno la situazione non volge al meglio. La rete quindi non deve solo fronteggiare il recupero ma deve recuperare correndo (…) Se questa crisi è stata un disastro per tutto il Paese voglio provare a cogliere l’aspetto positivo, prenderla come una discontinuità dalla quale partire e rimettersi in corsa con un rilancio degli investimenti infrastrutturali nel servizio idrico focalizzato sopratutto ad efficientare da un puto di vista energetico. Abbiamo calcolato che per metterci al livello degli altri Paesi in Europa dovremmo crescere dai 3 miliardi o poco più con cui si è chiuso il 2019 a 5/6 miliardi di investimenti annui su tutto il territorio nazionale. Di questi una buona parte sono destinati a rendere più resilienti i network sopratutto nelle regioni più esposte del Sud, recuperare le perdite, fare invasi. E così fronteggiare crisi idriche sempre più frequenti. A nostro avviso andrebbero  a questo proposito create delle condizioni e sono tre: procedure autorizzative devono essere abbattute nelle tempistica, non nella profondità, si arriva fino ad un anno ed è troppo. Poi il codice appalti e il terzo è il motto “non lasciare nessuno indietro” non lasciamo il sud indietro, ha uno stato di infrastrutture peggiore anche perché non c’è un soggetto industriale. Al di là della natura dell’assetto proprietario su cui siamo neutrali va affidato a chi ha capacità di impresa. Altrimenti la spaccatura che già è profonda diventerà intollerabile”.

Agostino Santillo. “Abbiamo già dato risposte concrete con lo Sblocca cantieri. Il problema della siccità e delle infrastrutture idriche fa il paio appunto con il concetto che nessuno deve restare indietro sopratutto sull’acqua, bene primario. C’è il grande tema del trasferimento idrico tra varie regioni e la problematica degli invasi. Chi ci ascolta deve sapere che mediamente vengono prelevati 9,5 miliardi di metri cubi di acqua e siamo anche fortunati perché abbiamo molta acqua. Il problema non è solo la vetustà delle condotte ma abbiamo un problema di destinazione delle acque. Quante acque pregiate vengono prelevate e poi non usate si fini idropotabili? Quelle destinate all’uomo sono solo il 10%, il 20% è consumato dall’industria e il 70% ai fini agricoli. Dobbiamo quindi prevedere un modo per trasportare ed utilizzare acque a qualità inferiore.  Cosa abbiamo fatto con Sblocca cantieri? Abbiamo previsto una misura accelerativa con poteri in deroga anche al Codice degli Appalti e lo abbiamo fatto anche prevedendo dei  commissari e uno è quello per la messa in sicurezza del sistema idrico del Gran Sasso. Oltre a questo c’è anche bisogno di intervenire sulla materia del Codice degli Appalti e stiamo prevedendo altre misure in ordinario. Per accelerare le procedure possiamo diminuire i tempi di quella di aggiudicazione. Trattandosi di grandi cifre e che quindi seguono la materia di aggiudicazione della comunità europea che porta via molto tempo, come il problema grave del ricorso del secondo, oppure opere ferme per crisi d’impresa (….) Al Mef ci sono 5 miliardi di euro per le infrastrutture acquedottistiche e bisognerà capire come, magari con il decreto semplificazioni, poterle già avviare. E siamo ottimisti sulle risorse che arriveranno dall’Europa. Investire in infrastrutture significa fermare la siccità. Alcune regione del Sud sono già in fase di desertificazione. Servono altre misure, dobbiamo anche agire culturalmente, l’acqua va usata con parsimonia, il risparmio idrico deve entrare nelle nostre case e nella nostra cultura. Limitare sprechi di acqua e poi puntare sul riuso, pensiamo a una rete duale per consumo umano e una per lavaggio e irrigazione”. 

Massimo Gargano.  “Noi che ci occupiamo di acqua ci troviamo di fronte a due problematiche: cambiamenti climatici ed eccessivo consumo di suolo, solo ieri  guardavamo le immagini del Seveso che si preparava a esondare per l’ennesima volta e nello stesso tempo Sicilia e Calabria dove la gente si faceva il bagno, la grandine in Veneto e i problemi di siccità nel Mezzogiorno. È uno scenario che si inserisce in quello del consumo del suolo, a proposito c’è una legge presentata dal ministro Catania all’epoca del governo Monti, stento a vedere qualcuno in Europa contrario alla sua applicazione…però non viene applicata. Parliamo di una risorsa, per noi non è un bene, non lo fatturiamo, alla quale si lega anche l’aumento demografico e gli stili di vita mutati. Una delle colture più idroesigente è il riso, sono riuscito piano piano a far cambiare idea, si proponeva addirittura la coltura in asciutto. L’acqua delle risaie risponde più di tutto alla multifunzionalità della risorsa e come grazie alle risaie è un’acqua che non va di corsa al Po e poi al mare e non l’avremmo più a disposizione. Le risaie la frenano grazie alla loro dislocazione a più livelli e così la utilizziamo. Poi si inabissa nella falda poi va nei fontanili, poi usata come acqua irrigua e poi nel Po e fino al mare. Insomma non siamo all’anno zero, Italia è all’avanguardia, come i Paesi che tanto hanno appassionato il dibattito (Olanda per la difesa del suolo e Israele per l’acqua irrigua). Consumiamo meno del 40% dell’acqua di tutti e lo facciamo grazie a un sistema da noi elaborato che avremmo presentammo al Macfrut nella sua fase evolutiva e di certificazione con il progetto Goccia verde. Consentimmo all’Italia ai tempi di expo 2015 di presentare il progetto che già utilizzavamo perlomeno in tutto il bacino padano, Irriframe, un sistema che con un algoritmo elabora i dati e dice agricoltore quanta e acqua dare.  Così abbiamo risparmiato 500milioni di m cubi di acqua. (…) Il Mezzogiorno è altissimamente infrastrutturato, ha un sistema di dighe importanti. Solo ieri annunciavamo con orgoglio un collegamento tra l’acqua del Molise e la Capitanata, una condotta di oltre 10 chilometri. Il problema delle dighe è che sono interrite, raccolgono l’acqua piovana ma sono piene di sedimenti che se tolti sarebbero rifiuti speciali da portare a discarica. E nessuno lo fa per via dei costi. Ora se acqua passa in zone altamente industriali, è evidente che in alcune aree per densità demografica, industriale (Molise, Trentino o Friuli) pensare che sono sedimenti da discarica fa sorridere. Va fatto uno sforzo anche normativo.

Noi su acqua irrigua abbiamo presentato, forti delle caratteristica dei nostri consorzi di bonifica e quindi sussidiarietà, di gente che lavora e amministra e viene dal territorio, dal basso (…) ci apprestavamo a presentare, e lo faremo appena possibile partendo dal sud a Matera, Aquila e Genova, tre città ferite dai cambiamenti climatici e da una certa incuria dei comportamenti dell’uomo, un piano che vale 11miliardi di euro e genera 50 mila posti di lavoro. Costituito almeno per un terzo da una progettualità esecutiva fatta da noi, per far capire che dalla cultura della dichiarazione, dalla cultura della dichiarazione dello stato di calamità naturale che pacifica la coscienza e l’opinione pubblica (…) Il 10% scarso di una dichiarazione di calamità si trasforma il reale ristorazione. Piano già presentato ai ministri Provenzano, Bellanova e al sottosegretario Morassut per le sue competenze, è una sfida che infrastruttura il Paese, sopratutto al Nord perché è lì la grande crisi, crea bacini, vasche di laminazione, che mettono in sicurezza i cittadini, trattengono quest’acqua al territorio per trattenere l’acqua per ricaricare la falda freatica, per il tempo libero, la biodiversità etc. Serve un cambio di passo, gli amici del Seveso potranno giocare quanto vogliono ma se a monte del Seveso che è stato intubato per 9 chilometri con tubi ora non sufficienti con i cambiamenti climatici, se non facciamo un patto per cui quell’acqua non solo evitiamo che causi quei disagi ai cittadini e infrastrutture pubbliche, ma la teniamo con vasche di esondazione che noi saremmo pronti a progettare e servirebbero anche all’agricoltura oltre che a ricaricare la falda”.

Ornella Segnalini.Vorrei ringraziare l’onorevole Daga con cui abbiamo passato una stagione eroica se così possiamo chiamarla, la stagione del Piano straordinario e del Piano nazionale e delle definizione dei criteri per questi due piani. L’acqua è la miglior fonte di energia rinnovabile, purtroppo in questo Paese anche molto trascurata, le dighe danno un contributo enorme e potrebbero darlo ancora di più , ci dobbiamo dotare di strumenti, abbiamo iniziato a fare alcune riflessioni perché queste dighe per poter dare energia elettrica devono essere messe in sicurezza, è partito un piano di 143 interventi che per ora si occupa delle dighe gestite da soggetti pubblici, dighe sì adibite al plurimo ma dove la produzione di energia elettrica è marginale. Un ulteriore riflessione e passo va fatto nel campo idroelettrico, è l’energia più pulita ed è anche quella che ci permette in caso di blackout di dare quello che tecnicamente chiamiamo lo spunto per far ripartire il Paese, avviene esclusivamente con l’energia fornita dalle dighe. Il discorso è un po’ lungo, si tratta di soggetti privati e la direzione generale già fino a settembre sotto la mia direzione e ora ancora di più con la nuova direttrice Catalano, sta facendo una riflessione proprio in questi termini, quindi grande contributo idroelettrico ma purché ci sia uso plurimo perché le nostre dighe possono contribuire chiaramente all’energia idroelettrica, all’agricoltura e all’acqua potabile. Vorrei fare un passetto indietro, ho parlato di stagione eroica, l’ultimo intervento dello Stato era del 2001, cioè con la legge obiettivo. Per la prima volta lo Stato ha finanziato con il Piano straordinario e nazionale le infrastrutture idriche.

Sono stati messi in campo, oltre a quello dighe di cui parlavo prima, altri 3 programmi, un piano straordinario per i progetti esecutivi e definitivi, un piano nazionale per la parte invasi e uno per la parte acquedotti per un totale di 590 milioni di euro per 113 interventi. Uno sforzo notevolissimo e quali sono gli elementi di pregio. Abbiamo avuto coscienza del fabbisogno che nel settore potabile è stimato da Arera di circa 9 miliardi, nel settore degli invasi è altrettanto, per me invasi sono tutte le infrastrutture idriche di trasporto, collegamento, le derivazioni e le messe in sicurezza per aumentare la capacità delle dighe stesse. Poi tempi molto rapidi, 8 mesi, hanno dimostrato capacità di concertazione delle parti coinvolte e un ruolo importante alle autorità di distretto che sono quelli che conoscono il territorio. Ma ci sono anche difetti e solo con l’esame dei difetti possiamo andare avanti, sono poco più di 5 milioni ad intervento e cioè aiuti polverizzati. Così si accontentano tutti i territori però si rischia di perdere di vista le opere rilevanti. E poi riflettiamo sui soggetti attuatori, sono stati individuati commissari perché in molti casi e sopratutto al Sud, con il Piano straordinario tutte le convenzioni sono state fatte e ne mancano 2 al Sud, di cui un importantissima.

Per il futuro, i fabbisogni li conosciamo, sono elevatissimi, ci siamo dotati grazie a quel gruppo di lavoro, a quel tavolo interistituzionale tra Regioni, Amministrazione centrali presieduto da On Daga, ci siamo dottati di criteri di ripartizione tra i vari distretti, è importante che ci siano risorse per tutti perché la siccità ormai è ovunque. Immagino che tra poco possa partire la programmazione per le restanti risorse del Piano nazionale, 820 milioni con cui finanziare interventi essenziali, grande trasporto di acqua, grandi derivazioni. Gargano ha citato l’accorso Molise/Capitanata che per 20 anni non si trovato. Le grandi infrastrutture devono superare il concetto di regionalismo, l’acqua è per tutti non che chi la ha la fa pagare a chi non ce l’ha. Pensiamo a interventi rilevanti e strategici, di sistema. Le autorità di distretto devono essere in grado di scegliere gli interventi insiemi al loro territorio. A Matera ad esempio c’è un intervento che libererebbe acqua per uso agricolo. Come si fa? Con un piano, basta con l’emergenza. Si fa con linee guida, analisi costi benefici di quegli interventi di maggior importo economico. Serve uno sforzo per aumentare le risorse sia da parte dell’Europa che dello Stato e prevedere come utilizzarli per mettere in sicurezza dighe idroelettriche e aumentare il livello degli invasi, seconda questione è pensare ai soggetti attuatori, pensiamo che ci possa essere un potere sostitutivo ancor prima del commissario e certi interventi abbiano una differente regia”.

Federica Daga. “Il primo passo è collaborare, Camera e Senato e i vari soggetti che abbiamo ascoltato che hanno le loro proposte e con i quali già stiamo portando avanti azioni. L’architetto Segnalini parlava del lavoro del Piano idrico nazionale che è stato un processo molto bello che ha visto tutte le Regioni insieme per capire come andare avanti sulla questione infrastrutture idriche e siamo riusciti a dedicare fondi anche alla parte acquedotti per evitare di caricare troppo sulla tariffa. Queste sono le grandi opere utili, quelle idriche che neanche si vedono ma ci fanno accedere all’acqua senza interruzioni ed eccezioni. Come stiamo andando avanti? Con una serie di decreti, la pandemia ci ha fatto chiedere come garantire a tutti l’accesso all’acqua, abbiamo fatto uscire fuori una delibera dell’Arera per impedire  i distacchi e riallacciare. I gestori sono stati veloci ma hanno anche dovuto interrompere alcuni lavori.

Noi lavoriamo per finanziare alcuni fondi che già esistono ad esempio il Fondo di garanzia delle opere idriche, per i gestori più piccoli che vanno in sofferenza per i mancati pagamenti delle bollette. Lo Stato ora si deve far carico di questo perché senza acqua non si supera neanche la questione pandemia. E poi il Piano invasi e acquedotti, il nostro piano idrico nazionale che va aumentato perché è stato spiegato da tutti i relatori, dobbiamo trovare nuovi sistemi di trattenimento e abbattere le perdere. E poi ampliare la platea del bonus idrico in questo momento di difficoltà economica, c’è sensibilità nel favorire accesso da parte di tutti i gestori. Ribadisco l’importanza dei progetti collettivi, per mettere a sistema tutto questo dovremmo pensare a un soggetto, un’agenzia? Noi non abbiamo un ministero dell’acqua, un soggetto che possa avere contezza di tutti gli usi idrici e che faccia colloquiare i ministeri che si occupano di questo bene prezioso. Tra Nord e Sud c’è una differenza di approvvigionamento di acque, alcune la hanno sotto la sedia altri devono costruire chilometri di acquedotti, c’è bisogno di un occhio a 360 gradi oltre alle questioni più emergenziali che vanno portate a casa ora. Ogni decreto in questo momento è l’occasione per ampliare l’accesso all’acqua e migliorare le infrastrutture idriche. Mi aspetto un feedback positivo sull’Agenzia, si parla di governance pubblica delle acqua, si tratta di mettere a sistema vari ministeri che se ne occupano settorialmente: il Ministero dell’Ambiente ne guarda una, l’Agricoltura un’altra, Infrastrutture un’altra, e alla fine il Ministero dell’economia che ci mette i soldi per semplificare. Il nuovo soggetto potrebbe sviluppare molto più velocemente esigenze comuni a tutti”. 

Il video integrale

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