Acqua e profitti sono due parole che non fanno rima. Stiamo finalmente approvando una legge voluta dal popolo che impone ai privati di togliere le mani da un monopolio naturale in cui finanza, mercato e concorrenza non devono avere spazio.

Ma è bene fare chiarezza sui dati perché proprio facendo leva su questi, opportunamente letti a proprio favore, vengono mosse critiche ad una proposta di legge che, al contrario, riallineerebbe l’Italia ad una tendenza globale che ha scelto il pubblico come gestore della risorsa idrica.

L’acqua non è già pubblica. Affermarlo significa prendere in giro i cittadini, il 30% della popolazione usufruisce infatti di acqua gestita da quotate in borsa. Non possiamo lasciar credere che se un comune possiede delle quote di società questo significa che l’acqua è pubblica e che non sia il profitto il fine ultimo della gestione.

L’approvazione della proposta di legge sull’acqua pubblica costerà 15 miliardi? Falso. La cifra dei 15 milardi, se letta con una lente di ingrandimento, svela come questo numero sia inattendibile e non diretta conseguenza della nostra proposta.

Andiamo con ordine:

  • 2 miliardi servono a garantire il fabbisogno minimo procapite, è una spesa leggera, interamente coperta dalla fiscalità generale.

 

  • 5 miliardi da investire ogni anno sulla rete: questa cifra non è dipendente in alcun modo dalla proposta di legge Daga, si tratta di una spesa necessaria a raggiungere gli investimenti medi europei che negli ultimi anni, grazie alla gestione privata, non siamo riusciti ad eguagliare.

 

  • I circa 8 miliardi restanti sono una stima che prevede il rimborso totale dell’investimento di tutte le multiutility. E qui nessuno prevede questo scenario, le multiutility continuino ad operare ma non con un business che abbia ad oggetto la acqua di tutti.

 

Inoltre i tempi di transizione, inoltre, saranno quelli idonei e corretti al fine di minimizzare oneri o indennizzi perché non abbiamo interesse nel continuare ad arricchire questi signori.

I dati che non ci dicono, quelli sugli utili. A proposito di dati, è bene non dimenticare uno dei più significativi, che abbiamo già citato ma che è bene ripetere: se cumuliamo i dati delle quattro grandi multiutility – Acea, Hera, Irene e A2a – vediamo come il totale dei ricavi sia passato dal 17% del 2010 al 24% del 2016. In altre parole mentre gli utili dei privati salgono e la rete idrica italiana è sempre più un colabrodo. Paghiamo di più per pagare chi lucra sull’acqua, al contrario con la gestione pubblica ogni euro sarà reinvestito per migliorare il servizio.

La gestione privata ha fallito, questo dicono i dati, è ora di cambiare rotta!

 

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