Il 26 giugno, è stata approvata alla Camera dei Deputati, la mozione che riporto di seguito con il seguente risultato: 410 voti a favore, 50 contro.
Questo è lavorare sui contenuti 😉
Adelante!
Atto Camera


Mozione 1-00114

presentato da

SEGONI Samuele

testo di

Mercoledì 26 giugno 2013, seduta n. 41

La Camera,

   premesso che:

    l’Italia è uno dei Paesi europei maggiormente colpiti da
disastri naturali; dai dati presentati nell’Annuario dei dati ambientali
2008, pubblicato dall’Ispra, emerge che l’Italia è caratterizzata da un
territorio fragile per quanto concerne il dissesto idrogeologico: circa
il 10 per cento è classificato a elevato rischio per alluvioni, frane e
valanghe e più di 2/3 delle aree esposte a rischio interessa centri
urbani, infrastrutture e aree produttive. Le dimensioni del fenomeno
vengono rese chiaramente se si considera che, negli ultimi 50 anni, sono
stati spesi per sopperire ai danni, limitatamente ai fenomeni
alluvionali, più di 16 miliardi di euro, circa il 10 per cento del
territorio italiano e più dell’80 per cento dei comuni italiani sono
interessati da aree a forte criticità idrogeologica; mentre l’Annuario
2011 afferma che «gli eventi con conseguenze disastrose, che si
registrano annualmente, dimostrano che l’azione di contrasto al dissesto
idrogeologico risulta complessivamente insufficiente. Ne consegue che,
oltre alla necessità di investire maggiori risorse, sembra
indispensabile intervenire anche su una differente modalità di gestione
del territorio»;

    l’enorme criticità del nostro Paese è stata evidenziata anche
dal rapporto curato dal dipartimento della protezione civile di
Legambiente «Ecosistema rischio 2011 – Monitoraggio sulle attività delle
amministrazioni comunali per la mitigazione del rischio idrogeologico»,
secondo il quale: «Frane e alluvioni comportano ogni anno un bilancio
pesantissimo per il nostro Paese, sia per le perdite di vite umane che
per gli ingenti danni economici. A fronte di ingenti risorse stanziate
per il funzionamento della macchina dei soccorsi, per l’alloggiamento e
l’assistenza agli sfollati, per supportare e risarcire le attività
produttive e i cittadini colpiti e per i primi interventi di urgenza, è
evidente l’assoluta necessità di maggiori investimenti in termini di
prevenzione, attraverso cui affermare una nuova cultura dell’impiego del
suolo che metta al primo posto la sicurezza della collettività e ponga
fine a usi speculativi e abusivi del territorio»;

    i comuni italiani in cui sono presenti aree a rischio
idrogeologico sono ben 6.633, l’82 per cento del totale; una fragilità
che è particolarmente elevata in regioni come Calabria, Molise,
Basilicata, Umbria, Valle d’Aosta e nella Provincia autonoma di Trento
(dove il 100 per cento dei comuni è classificato a rischio), seguite da
Marche e Liguria (99 per cento), da Lazio e Toscana (98 per cento);
sebbene in molte regioni la percentuale di comuni interessati dal
fenomeno possa essere leggermente inferiore, la dimensione del rischio è
comunque preoccupante, come dimostrano i fenomeni alluvionali che
colpiscono – con conseguenze spesso gravi – anche zone dove si registra
una minore propensione al rischio;

    la superficie delle aree ad alta criticità idrogeologica si
estende per 29.517 chilometri quadrati, il 9,8 per cento dell’intero
territorio nazionale, di cui 12.263 chilometri quadrati (4,1 per cento
del territorio) a rischio alluvioni e 15.738 chilometri quadrati (5,2
per cento del territorio) a rischio frana;

    sempre secondo le stime del rapporto curato da Legambiente,
oltre 5 milioni di cittadini si trovano ogni giorno in zone esposte al
pericolo di frane o alluvioni; inoltre, ancora riprendendo le
valutazioni del dossier di Legambiente «la stima del numero di
cittadini quotidianamente esposti al pericolo di frane e alluvioni
testimonia chiaramente come, negli ultimi decenni, l’antropizzazione
delle aree a rischio sia stata eccessivamente pesante. Osservando le
aree vicino ai fiumi, risulta evidente l’occupazione crescente delle
zone di espansione naturale dei corsi d’acqua con abitazioni,
insediamenti industriali, produttivi e commerciali e attività agricole e
zootecniche; l’urbanizzazione di tutte quelle aree dove il fiume in
caso di piena può espandersi liberamente ha rappresentato e rappresenta
una delle maggiori criticità del dissesto idrogeologico italiano. Anche
gli interventi di difesa idraulica continuano a seguire filosofie tanto
vecchie quanto evidentemente inefficaci: in molti casi vengono
realizzati argini senza un serio studio sull’impatto che possono portare
a valle, vengono cementificati gli alvei e alterate le dinamiche
naturali dei fiumi. Soprattutto, troppo spesso le opere di messa in
sicurezza si trasformano in alibi per continuare a costruire»;

    in 1.121 comuni – l’85 per cento di quelli analizzati in
«Ecosistema rischio 2011» – sono presenti abitazioni in aree golenali,
in prossimità degli alvei e in aree a rischio frana, e nel 31 per cento
dei casi in tali zone sono presenti addirittura interi quartieri. Nel 56
per cento dei comuni campione dell’indagine in aree a rischio sono
presenti fabbricati industriali, che, in caso di calamità, comportano un
grave pericolo, oltre che per le vite dei dipendenti, per l’eventualità
di sversamento di prodotti inquinanti nelle acque e nei terreni. Nel 20
per cento dei comuni intervistati sono state costruite in aree a
rischio idrogeologico strutture sensibili, come scuole e ospedali, e nel
26 per cento dei casi strutture ricettive turistiche o commerciali;

    il Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del
mare, dall’analisi dei dati ambientali contenuti negli annuari
dell’Ispra, ha valutato che il costo complessivo dei danni provocati
dagli eventi franosi ed alluvionali dal 1951 al 2009, rivalutato in base
agli indici Istat al 2009, risulta superiore a 52 miliardi di euro,
quindi circa 1 miliardo di euro all’anno; tale cifra è pari a quasi 3
volte quello che in media è stato stanziato annualmente dal Governo
negli anni che vanno dal 1991 al 2011 per le opere di prevenzione; la
cifra complessiva risulta, inoltre, superiore a quanto servirebbe per le
opere più urgenti di mitigazione del rischio idrogeologico sull’intero
territorio nazionale, individuate nei piani stralcio per l’assetto
idrogeologico, e quantificate in 40 miliardi di euro;

    il progetto IFFI (Inventario dei fenomeni franosi in Italia),
realizzato dall’Ispra e dalle regioni e province autonome, ha censito ad
oggi oltre 486.000 fenomeni franosi che interessano un’area di 20.721
chilometri quadrati, pari al 6,9 per cento del territorio nazionale;

    il 68 per cento delle frane europee si verifica in Italia e, dal
1900, le frane hanno causato 10.000 morti e 350.000 sfollati;

    secondo uno studio effettuato dal 1944 al 1990 sul dissesto
geologico e geoambientale, prendendo in considerazione 152 eventi
calamitosi tra fenomeni idrogeologici e terremoti tettonici, i fenomeni
idrogeologici, rappresentano, con 31 miliardi di euro circa, un quarto
delle risorse stanziate nell’intero periodo considerato;

    le cause e concause sono numerose:

     a) la particolare fragilità intrinseca del territorio dovuta alla conformazione geomorfologica, geologica e geografica;

     b) l’enorme peso del fattore umano, a cui bisogna
addebitare: l’eccessivo consumo di suolo; un’irrazionale edificazione,
sia in termini di pianificazione urbanistica sia in termini di
abusivismo e sanatorie; incendi, in gran parte dolosi; una cattiva
gestione del territorio, con l’abbandono del terreni agricoli,
soprattutto nelle aree caratterizzate da media e alta pendenza, e la
mancata osservanza delle prescrizioni di massima della polizia forestale
nella gestione dei boschi; l’alterazione delle dinamiche naturali dei
fiumi; l’estrazione illegale di inerti; la cementificazione degli alvei;
il disboscamento dei versanti collinari e montuosi;

     c) l’indiscutibile ruolo dei mutamenti climatici, ai
quali si deve attribuire l’aumento e l’inasprimento dei fenomeni
meteorologici eventi ad elevata intensità, che mettono a dura prova il
già fragile equilibrio territoriale;

    il rischio è definito come il prodotto di tre fattori: la
pericolosità, ossia la probabilità che si verifichi un evento
calamitoso, il valore esposto – il valore monetario o umano di ciò che è
esposto al rischio – e la vulnerabilità, ossia il grado di perdita,
atteso degli elementi esposti al rischio, al verificarsi di un fenomeno
calamitoso; la riduzione del rischio dovrebbe agire su tutti questi
fattori; nonostante la sua complessità, il problema è noto e si dispone
degli strumenti tecnici per affrontarlo e contrastarlo;

    dal 2002 l’Italia ha attivato un piano straordinario di
telerilevamento ambientale (PST-A), attraverso un accordo di programma
tra Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e del mare,
Presidenza del Consiglio dei ministri – dipartimento della protezione
civile e Ministero della difesa, d’intesa con le regioni e le province
autonome;

    sul geoportale nazionale del Ministero dell’ambiente e della
tutela del territorio e del mare sono disponibili in formato digitale i
dati che permettono di analizzare i movimenti del suolo e degli edifici
ad altissima precisione, consentendo di realizzare, con un’opportuna
organizzazione, in brevissimo tempo e a costi sostenibili, un efficiente
sistema di sorveglianza dei dissesti a scala nazionale;

    l’insegnamento delle scienze della terra, geologiche ed
ambientali nel sistema scolastico e universitario italiano è in evidente
declino: riceve poco spazio nell’istruzione inferiore e superiore ed è
persino in crisi nell’ambito universitario;

    l’Emilia-Romagna, devastata da sisma, inondazioni, frane, aveva
quattro dipartimenti storici di scienze della terra, ma nessuno di essi è
sopravvissuto alla «riforma Gelmini» che ha causato la loro
soppressione; è chiaro che l’offerta formativa e i risultati della
ricerca scientifica ne risentono, sia nel breve che nel lungo periodo;

    tutto questo mentre emerge in maniera sempre più chiara e
condivisa che solo la manutenzione del territorio, in particolare delle
foreste, gli usi ricreativi che il bosco può offrire, la naturale
capacità di depurazione e trattenimento delle acque sono fondamentali
per la messa in sicurezza dei nostri centri abitati;

    come ebbe a dire l’economista ed esperto di economia agraria,
Arrigo Serpieri, nel 1923, «se si lavora bene in montagna, la gente a
valle dorme sonni tranquilli», ed è per questo che oggi è ancor di più
necessario sviluppare la consapevolezza che quegli 11 milioni di ettari
di foreste, ovvero il 36 per cento del territorio nazionale, sono un
patrimonio inestimabile che va tutelato attraverso una gestione attiva,
guidata da una vera e propria programmazione forestale; le attività
agro-forestali, attraverso pratiche di gestione sostenibile, possono,
infatti, incidere positivamente sul presidio del territorio e sulla
prevenzione dei fenomeni di dissesto, tenuto conto che buona parte del
Paese è tuttora rurale;

    inoltre, è stato ampiamente dimostrato che l’uso dei diserbanti,
come pratica per la ripulitura delle scarpate stradali, delle
massicciate ferroviarie e delle fasce di connessione tra seminativi e
viabilità interpoderale, aumenta notevolmente il rischio di attivazione
di piccoli e medi movimenti di terra, a causa della mancanza della
copertura erbacea in grado di attutire l’effetto di erosione
superficiale delle acque meteoriche;

    il rischio idrogeologico è diventato anche una priorità
politica, così come lo hanno definito il Presidente del Consiglio dei
ministri Letta, i Ministri Orlando e Lupi e praticamente tutte le forze
politiche nei loro programmi e nei loro discorsi in Aula, all’inizio
della XVI legislatura;

    nelle ultime legislature in più circostanze i Governi, a seguito
dell’approvazione di atti di indirizzo, si sono impegnati ad assumere
iniziative concrete per rafforzare le politiche di prevenzione e di
riduzione del rischio idrogeologico; malgrado ciò, il 2010 è stato
l’ultimo anno che ha visto l’inserimento di significative risorse
destinate alla prevenzione e alla mitigazione del rischio idrogeologico,

impegna il Governo:

a promuovere un profondo aggiornamento ed un’integrazione dei
quadri conoscitivi nazionali e degli enti locali, riguardanti le
conoscenze geologiche, geomorfologiche, idrogeologiche e sismiche, allo
scopo di produrre nuovi strumenti urbanistici e cartografici geotematici
relativi alla pericolosità geomorfologica, idraulica e di
microzonazione sismica, finalizzati ad un più razionale e coscienzioso
governo del territorio, così come previsto dal quadro normativo
comunitario;

   a prendere in considerazione quanto emerso dal gruppo di lavoro
tecnico promosso dal Ministero delle politiche agricole, alimentari e
forestali e dal Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e
del mare, che ha redatto le linee guida per la valutazione del dissesto
idrogeologico e la sua mitigazione attraverso misure e interventi in
campo agricolo e forestale, dalle quali emergono indirizzi e
metodologie, che, sulla base dell’integrazione di banche dati
territoriali dei comparti ambiente e agricoltura, consentono
l’individuazione, su tutto il territorio nazionale, delle aree
prioritarie di intervento e delle misure di mitigazione più idonee, in
aree agro-forestali sia attive sia abbandonate, riavviando l’attività di
ricerca e coordinamento del citato gruppo di lavoro costituito dal
Governo precedente e mettendo in atto le indicazioni emerse devono
essere messe su tutto il territorio italiano;

   ad assumere iniziative per ripristinare le risorse necessarie per
rilanciare un piano generale di prevenzione del rischio idrogeologico,
attribuendo al Ministero dell’ambiente e della tutela del territorio e
del mare una cifra non inferiore ad un miliardo di euro per il prossimo
triennio, con l’obiettivo di finanziare gli articoli 67 e 70 del decreto
legislativo n. 152 del 2006, compatibilmente con le risorse disponibili
ed i vincoli di finanza pubblica;

   ad investire fondi, proprio in base a quanto emerso dalle linee
guida, per interventi mirati, individuati dai piani di salvaguardia
ambientali già predisposti;

   ad individuare adeguati finanziamenti per l’attuazione del
programma quadro per il settore forestale come richiesto dalla
Conferenza Stato-Regioni, nell’ambito degli incontri tecnici e politici
che hanno portato all’approvazione finale del programma quadro per il
settore forestale già nel 2008;

   a predisporre un’attenta pianificazione territoriale e di
salvaguardia del suolo, evitando di ricorrere allo strumento, che ai
firmatari del presente atto di indirizzo appare incivile, del condono,
impedendo nuove costruzioni in aree a rischio, nei limiti delle proprie
competenze;

   ad assumere ogni iniziativa di competenza affinché le pubbliche
amministrazioni locali abbiano maggiori vincoli nel riperimetrare aree
mappate a rischio, sviluppando forme e misure di controllo, anche
mediante l’impiego di tecniche di telerilevamento;

   ad avviare una concreta ed efficace azione di contrasto al
fenomeno dell’abusivismo edilizio, garantendo l’assoluta esclusione di
ogni ipotesi di condono, nonché adeguate risorse alle amministrazioni
locali per l’abbattimento e acquisizione degli immobili realizzati
abusivamente, nel rispetto dei vincoli di finanza pubblica e
relativamente alle proprie competenze;

   ad attuare politiche per la riduzione di emissioni di gas serra,
in modo da ridurre nel lungo termine l’impatto del cambiamento climatico
in atto;

   ad incentivare e sostenere la piccola agricoltura nel recuperare
terreni abbandonati e nell’adottare pratiche rispettose per il
territorio e per la protezione del suolo;

   a far rispettare i contenuti della direttiva europea 2009/128/CE,
nella parte che riguarda l’applicazione di tecniche alternative all’uso
dei diserbanti nelle operazioni di ripulitura delle scarpate stradali,
massicciate ferroviarie e fasce di connessione tra seminativi e
viabilità interpoderale;

   ad incentivare e sostenere pratiche di cura e salvaguardia del
territorio attraverso una gestione forestale attiva e sostenibile,
coinvolgendo pienamente i gestori degli usi civici e delle proprietà
collettive (comunanze agrarie e consorzi forestali), compatibilmente con
le risorse pubbliche ed i vincoli di bilancio;

   ad assumere iniziative per escludere dal patto di stabilità per
gli enti pubblici territoriali le spese sostenute per: interventi di
messa in sicurezza e ripristino in caso di eventi calamitosi, interventi
di prevenzione come stabilizzazione di versanti, manutenzione ordinaria
e straordinaria di opere accessorie al reticolo stradale, ivi comprese
opere per il deflusso delle acque e manufatti atti a favorire la
stabilità del terreno, della roccia o della sede stradale, interventi
per migliorare il drenaggio delle acque meteoriche e del reticolo idrico
superficiale, interventi di manutenzione ordinaria e straordinaria di
argini, sponde e manufatti per la protezione delle sponde di corsi
d’acqua, interventi di adeguamento o miglioramento antisismico di
edifici pubblici;

   ad assumere iniziative per prevedere un sistema di incentivi
fiscali, simili a quelli per le ristrutturazioni o gli adeguamenti
energetici, o un regime di iva agevolata, per chi investe nella
sicurezza del territorio, delle infrastrutture o degli edifici,
individuando opportuni strumenti premiali per i privati cittadini o le
imprese – in particolar modo agricole e turistiche – che compiono
interventi per la riduzione del rischio idrogeologico, come la
stabilizzazione dei versanti e il miglioramento del drenaggio, o
sismico, compatibilmente con le risorse disponibili ed i vincoli di
bilancio;

   a valutare l’opportunità di introdurre forme assicurative
obbligatorie sui rischi idrogeologici sulle nuove costruzioni, con il
coinvolgimento dello Stato come controllore e riassicuratore di ultima
istanza, in modo che il mercato si autoregoli verso
recuperi/ristrutturazioni, invece che verso nuove costruzioni, e in modo
che venga comunque disincentivata la costruzione in aree a rischio;

   ad assumere iniziative per prevedere contributi al finanziamento
delle reti di monitoraggio pluviometriche, nivometriche, idrometriche,
sismiche, molto spesso dismesse dagli enti pubblici territoriali per
carenza di fondi, compatibilmente con le risorse disponibili ed i
vincoli di finanza pubblica;

   ad assumere iniziative per prevedere che, in caso di
dichiarazione dello stato di emergenza in seguito ad eventi calamitosi,
venga innescata una «filiera dei soccorsi e dell’emergenza a chilometro
zero», facendo in modo che le ditte, i generi di prima necessità, i
materiali acquistati provengano dallo stesso comune interessato
dall’emergenza, ove non possibile dalla stessa provincia, ove non
possibile dalla stessa regione.

(1-00114)

(Testo modificato nel corso della seduta) «Segoni, Daga, De Rosa, Terzoni, Busto, Mannino, Tofalo, Zolezzi, Agostinelli, Alberti, Artini, Baldassarre, Barbanti, Baroni, Basilio, Battelli, Bechis, Benedetti, Massimiliano Bernini, Paolo Bernini, Nicola Bianchi, Bonafede, Brescia, Brugnerotto, Businarolo, Cancelleri, Cariello, Carinelli, Caso, Castelli, Catalano, Cecconi, Chimienti, Ciprini, Colletti, Colonnese, Cominardi, Corda, Cozzolino, Crippa, Currò, Da Villa, Dadone, Dall’Osso, D’Ambrosio, De Lorenzis, Del Grosso, Della Valle, Dell’Orco, Di Battista, Di Benedetto, Luigi Di Maio, Manlio Di Stefano, Di Vita, Dieni, D’Incà, D’Uva, Fantinati, Ferraresi, Fico, Fraccaro, Frusone, Gagnarli, Gallinella, Luigi Gallo, Silvia Giordano, Grande, Grillo, Cristian Iannuzzi, L’Abbate, Liuzzi, Lombardi, Lorefice, Lupo, Mantero, Marzana, Micillo, Mucci, Nesci, Nuti, Parentela, Pesco, Petraroli, Pinna, Pisano, Prodani, Rizzetto, Rizzo, Paolo Nicolò Romano, Rostellato, Ruocco, Sarti, Scagliusi, Sibilia, Sorial, Spadoni, Spessotto, Tacconi, Toninelli, Tripiedi, Turco, Vacca, Simone Valente, Vallascas, Vignaroli, Villarosa, Zaccagnini».

Info e video sulla pagina ufficiale della Commissione Ambiente alla Camera del Movimento 5 Stelle: https://www.facebook.com/M5sCommissioneAmbienteTerritorioELavoriPubblici?fref=ts

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