Cos’è il Trattato Transatlantico e quali conseguenze avrà per le nostre vite?
Leggiamo insieme l’articolo tratto da
http://comune-info.net/2014/02/europausa-liberalizzazioni-corso-dalla-al-ttip/
Di Monica Di Sisto, 3 febbraio 2014.
Venerdì 14 febbraio a Roma presso Scup (via Nola 5 a Roma), si terrà l’Assemblea Costitutiva della campagna contro il Trattato di liberalizzazione degli scambi e degli investimenti tra Europa e Stati uniti (TTIP). E dal 10 al 14 marzo i negoziatori delle sue sponde dell’Oceano Atlantico si incontreranno per spingere sulla svendita nei nostri diritti. Capiamo insieme perché dobbiamo fermarli.
Bruxelles, una sala molto affollata, 123 lobbisti delle imprese e solo 40 rappresentanti di Ong tra cui 8 sindacati e chi vi scrive. Di fronte a noi, la Commissione europea schierata in forze, con rappresentanti di quasi tutte le direzioni generali, coordinati dal capo negoziatore europeo Damien Levie. Il loro obiettivo? Convincere tutti i presenti che il Trattato di liberalizzazione degli scambi e degli investimenti tra Europa e Stati Uniti (TTIP), è la più grande occasione per riattivare l’economia accelerando gli scambi tra Stati Uniti ed Europa. Hanno fornito informazioni molto rapide, e molto molto superficiali: nessun dettaglio sul testo, nessun documento scritto: tutto detto di gran corsa e quindi difficile da seguire anche per i veri secchioni della materia. Alla faccia della trasparenza.
Ad un lobbista del settore dei farmaci generici, che esprimeva le preoccupazioni del suo settore rispetto all’impatto che potrebbe avere una modifica delle regole vigenti in Europa sul loro business, la negoziatrice competente ha risposto che “La Commissione tiene nella massima considerazione gli interessi del settore business europeo e siamo aperti a ricevere nel dettaglio le vostre richieste”. In sala alcuni hanno vociato e Levie ha precisato che “la Commissione tiene nella massima considerazione le osservazioni di tutti i portatori di interesse”. Di seguito un piccolo abbecedario su quello che ci hanno raccontato rispetto ai principali capitoli del negoziato.
A come agricoltura: il trattato vuole abbattere non tanto dazi e dogane negli scambi tra prodotti agricoli europei e statunitensi. Per gli Stati Uniti è prioritario far dare all’Europa il via libera a Ogm e alzare la tolleranza sui residui e sulla qualità della chimica nelle materie prime. L’Europa, invece, ha come principale obiettivo quello di costringere gli Usa a tagliare i sussidi interni ai propri produttori, per far si che esportino a prezzi meno stracciati. Obama non ne vuol sapere, infatti la disciplina agricola nazionale (Farm bill) in via di riforma, che avrebbe dovuto tenere conto dei numerosi richiami dell’Organizzazione mondiale del commercio, ma al momento sembra eludere ancora il problema.
B come beni: ancora non è stata compilata una lista di beni e servizi sui quali rispetto ai quali abbattere dazi e dogane. Di guerre commerciali, tuttavia, ce ne siamo fatte tante e quello dovrebbe essere il risultato del negoziato: la lista dei prodotti di cui accelerare gli scambi
C come cibo: Nel mirino degli Stati Uniti, ma anche di tante corporation Ue, c sono gli standard dei prodotti alimentari, presentati non come una difesa del diritto alla salute per tutti noi, ma come un’indebito ostacolo al commercio. Qualità, residui chimici, impatto sulla salute, sicurezza. Un reticolo di regole che impedisce, al momento, agli Stati Uniti di riversarci in casa tonnellate di farine e alimenti avvelenati e malsani, e costringe anche le nostre imprese ad essere più scrupolose di quanto vorrebbero.
D come democrazia: Per darsi una patina di democrazia, e per recuperare al fatto che gli USA l’hanno nominato da subito e le società civile europea gliene ha chiesto conto, la Commissione, in piena autonomia, ha nominato un gruppo di consultazione tra imprese, associazioni e sindacati cui chiedere pareri sui negoziati e da cui riceverne. Il gruppo, con grande prevalenza del business sul sindacato, avrà due livelli di accesso alle informazioni – il primo aperto: avranno discussioni approfondite sui vari argomenti, che potranno condividere con tutti, la Commissione lavorerà anche per pubblicare documenti chiave su questioni orizzontali e / o verticali. La seconda sarà riservata: avranno accesso al progetto di testo negoziale dell’Unione europea – un accesso in stile “sala lettura”. Non saranno in grado di avere copie, portarne via o pubblicare il testo. Democrazia e trasparenza cancellate in un sol colpo
I come Investimenti: si prevede che servizi finanziari e investimenti saranno un grosso capitolo del negoziato, i cui punti più caldi saranno l’Isds (Investor-state dispute settlement, cioè un tribunale sovra- nazionale cui le imprese potranno appellarsi per proteggere i propri investimenti), e la liberalizzazione degli appalti pubblici, sia a livello statale sia federale/regionale. Il lobbista della ESF – il principale gruppo di spinta delle imprese europee dei servizi – a chiare note ha chiarito alla Commissione che “se non c’è ISDS, nessuna misura di protezione degli investimenti potrà dirsi davvero efficace”.
E come Energia: l’Europa vuole mettere le mani sulle fonti energetiche statunitensi, soprattutto quelle da fracking. L’interesse europeo dunque si concentra sui prezzi e sull’accesso alle reti di trasporto dell’energia: su come, cioè, spingere gli Usa a mollare le mani da tubi e rubinetti, e ad abbattere le restrizioni nell’accesso nel mercato statunitense da parte delle compagnie energetiche europee. Da parte Usa c’è resistenza e lavoro sull’armonizzazione delle regole per l’accesso alla distribuzione in Europa. Interessi contrapposti e poco armonizzabili
L come lavoro: Tom Jenkins del coordinamento internazionale sindacale ITUC, ha posto due problemi interessanti. Uno sulla Corte europea di giustizia, cioè se l’ISDS sarà prevalente anche rispetto ad essa e la risposta è che se ne sta discutendo, e che in generale si sta discutendo di quale livello di prevalenza giuridica attribuirgli. Rispetto al lavoro, Jenkins ha ricordato che gli Stati Uniti non hanno nemmeno firmato tutte le convenzioni ILO, e che dunque potrebbero voler annacquare il già pericoloso capitolo sul monitoraggio dell’impatto delle liberalizzazioni sullo Sviluppo sostenibile, (un indistinto agglomerato di lavoro-ambiente-sociale), presente nei più recenti trattati bilaterali proposti dall’Europa. La Commissione ha ammesso che gli Usa sono spaventati dall’inserimento nel trattato di questo capitolo, che provano a proporre un trade off lavoro/ambiente (dove l’Europa è più restrittiva) e che l’Europa prova a proporre un “approccio bilanciato”, ma che dovrà “mostrare flessibilità”.
P come proprietà intellettuale: Una stretta sulla tutela dei brevetti, e sul loro mutuo riconoscimento tra le due sponde dell’Oceano, è uno degli obiettivi più condivisi del trattato. Dai semi, ai farmaci generici, alla ricerca scientifica, molte flessibilità attuali sono sotto attacco, anche quando producono avanzamento culturale e tutela della vita umana, come nel caso dei farmaci.
T come Tessile e abbigliamento: si sta cercando di lavorare sulla coerenza delle normative. Si è ragionato di materie prime, di approvvigionamento e dazi; poi c’è stata una revisione della normativa ad oggi alla luce degli altri trattati di liberalizzazione (FTAs). Naturalmente si è guardato anche dentro al baratro dei sussidi. Ci si muove su alcuni temi in particolare: le regole di etichettatura, la protezione dei consumatori, la presenza dei residui chimici, la regolazione tecnica, e gli standard più in generale. La parola chiave è: abbatterli, con buona pace dei nostri diritti. Una triste costante in tutti i capitoli che abbiamo approfondito.

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